Oggi parliamo di un brano recente, dal tono energico e diretto. Un testo dove la reazione ad un senso di oppressione e impotenza diventa il tema centrale. In un mondo dove il silenzio e l’omertà sono all’ordine del giorno, sembrerebbe opportuno proporre un brano portatore di un messaggio positivo (finalmente). Attualmente, stiamo assistendo ad una degenerazione del rock (e di tutti gli stili che ne conseguono), che viene visto come un modo per portare messaggi di tormento, alienazione, sofferenza e via discorrendo. Con ciò non si vuole affermare che non sia legittimo parlare di questi temi, ma forse certe sensazioni dovrebbero essere vissute prima di essere raccontate. La canzone si concentra su un senso di ribellione contro ciò che reprime o svaluta le persone, suggerendo di non restare in silenzio.
Il brano si apre con una sensazione di impotenza, espressa dalla voce del narratore. Le parole si pongono quasi come un monologo interiore, espressione di un’intrinseca mancanza di fiducia in se stessi. L’assenza di vie d’uscita, l’impossibilità di trovare una soluzione, sembra sfidarci e metterci alla prova. A tale “provocazione”, il brano risponde con un’innata energia sonora. Il ritmo incalzante e i testi diretti sono un invito a restare svegli e vigili, ad affrontare il pericolo o, per meglio dire, la paura. All’interno del testo emerge una necessità di esprimere il proprio mondo interiore, le proprie idee, sostenendo la libertà di pensiero. Viene descritto quel sentimento di attaccamento ed estrema reverenza nei confronti di chi non ci ha mai aiutato, di chi non è mai stato al nostro fianco, ma si è proclamato superiore a noi. La frase “Speak up, or they will bleed your courage dry” esemplifica perfettamente il concetto di resilienza. Esprimere la propria opinione per difendere il diritto e la libertà ad esprimerla. Urlare, fino a quando qualcuno non è disposto ad ascoltarci.
Occorre aprire un capitolo sui temi del “sonno” e della notte, che, come suggerisce il titolo, sono la colonna portante della riflessione. Spesso ci appare più facile arrenderci alla difficoltà, distruggere la nostra identità per trovare la via più “semplice”, più praticabile, anche se essa conduce alla frammentazione. Il sonno è il momento in cui abbiamo raggiunto l’apice del disinteressamento, in cui chiudiamo gli occhi e rifiutiamo la realtà. Ci chiudiamo nei nostri sogni e rifuggiamo dalla nostra paura. Tuttavia, il rimorso ci pervade. Il motivo di tanta preoccupazione torna a tormentarci nella fantasia, in quel mondo onirico dove il bene si mescola al male. E diventa ancora più difficile scindere ciò che nuoce da ciò che porta alla crescita. Nel sogno siamo indotti, costretti e, in un certo senso, condotti, ad affrontare i nostri timori. Questo apre questioni filosofiche in merito alla presenza di quello che, con eccessiva generalizzazione, viene chiamato “Grande Fratello” o “divinità”. Una “superintelligenza” che governa ogni elemento, ogni variabile. Non siamo sottomessi ad essa. Anzi, è da essa che, senza entrare in meriti religiosi, ha origine la nostra libertà. Dobbiamo quindi porre a noi stessi dei limiti, ricordando che le nostre possibilità hanno confine dove iniziano i diritti altrui. Svegliarci non significa quindi andare contro al trascendente, ma accoglierne i messaggi, che lo si voglia interpretare sotto l’aspetto religioso, meccanicistico, o agnostico.
Alla prossima!
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