Il brano Viva La Vida by Coldplay è una riflessione, un inno all’autenticità che viene ritrovata e riscoperta nel suo valore spesso nei momenti di difficoltà e di smarrimento. L’autore della canzone ci fa riflettere su questo aspetto a partire da una riflessione sul valore reale del successo, della fama, e sulle ricadute che questo ha sulla nostra personalità.

Il successo può portarci alla rovina se non vissuto con consapevolezza e umiltà, con la coscienza di trovarsi solo in una fase del proprio percorso. Non ci dobbiamo identificare con la gloria, poichè non rappresentiamo l’incarnazione di successo e sconfitta. Noi siamo noi stessi, e dobbiamo raccogliere i frutti dei momenti di felicità, farne tesoro come ritorno positivo del nostro lavoro. Questo non deve determinare l’idea che abbiamo di noi. I castelli che si ergono su colonne di sale e sabbia rappresentano come il successo sia effimero e aleatorio, poichè non sempre possiamo trovare il consenso delle persone. Ci pare di trovare potere, ci si sente forti come dei sovrani, ma, come si evince dal testo, non è sempre così. Il protagonista si sente come un “pupazzo su una solitaria corda”, a simboleggiare l’unidirezionalità della via del successo, sentendosi sempre in bilico. Il re poi crolla e si pente. In questo processo, realizza come l’onestà sia un elemento fondamentale nel cammino della vita. Il brano ci narra anche dell’idea del giudizio, giudizio finale da ritrovare nella nostra coscienza, nella nostra interiorità. Il protagonista lancia i dadi e possiede le strade, metafora per dire come si senta padrone del proprio destino, pensando di poter condizionare la propria sorte. Ma la vita tende sempre a “scombinare le carte”. Lui, che si sentiva re, supportato dal consenso altrui, ora si riduce a un pupazzo, un burattino nelle mani del destino, destino che ci lascia sempre una possibilità di scelta, ma poi ci pone di fronte al tema della responsabilità. La sorte, se non vista come sorgente di vita, tende ad essere interpretata negativamente, ma in verità è l’origine di tutte le libertà. Ovviamente, ciò va visto in un’ottica di forte senso di responsabilità, dove le azioni, anche negative (come il negare la libertà altrui da parte di un re), sono completamente imputate a noi. “Mai una parola onesta” implica la mancanza di trasparenza verso noi stessi, e il successo risulta legato intrinsicamente alla bontà, e nel momento in cui questa manca, esso si sgretola come i castelli sui pilastri di sabbia e sale. Con la gloria e la popolarità avviene una perdita di autenticità, perchè si tende a voler assecondare una linea di pensiero unico, perdendo la propria identità. Bisogna lavorare sulla propria interiorità, è la sfera personale che deve esternarsi, non adeguarsi a quella altrui. Il successo abbandona il protagonista, e lui che si sentiva re affronta il tema del giudizio sentendosi per una volta non superiore. In parte il testo è improntato come un dialogo, uno scambio con un interlocutore, ma anche con noi stessi. Il vento del successo, che abbatte le porte per far entrare il protagonista nella città della gloria e della popolarità, in verità porta via la parte più autentica del protagonista stesso. Nel momento in cui egli crolla, si rende conto di non essere mai stato re.


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